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Slobodan Milošević - Wikipedia

Slobodan Milošević

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Slobodan Milošević nel 1979
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Slobodan Milošević nel 1979

Slobodan Milošević () in cirillico Слободан Милошевић, pronuncia IPA [sloˈbodan miˈloʃevitɕ] (Požarevac, Serbia, 20 agosto 1941 - L'Aia, Paesi Bassi, 11 marzo 2006) è stato un uomo politico, presidente della Serbia e della Repubblica Federale di Jugoslavia come leader del Partito Socialista Serbo (SPS).

Accusato di crimini contro l'umanità per le operazioni di pulizia etnica dell'esercito jugoslavo in Croazia, Bosnia-Erzegovina e Kosovo, contro di lui era stata mossa anche l'accusa di aver disposto l'assassinio di Ivan Stambolić, suo mentore negli anni ottanta e suo possibile avversario nelle elezioni presidenziali del 2000.

Indice

[modifica] Biografia

Durante gli anni del liceo Milošević incontra e frequenta la futura moglie Mira Marković, figura fondamentale nella politica serba degli anni novanta e vera ispiratrice della rinascita nazionalista serba. Ottenuta la laurea in legge nel 1964, a Belgrado, entra a far parte della Lega dei comunisti serbi. Durante gli anni dell'università il padre di Milošević si suicida. Undici anni dopo anche sua madre Stanislava si toglierà la vita, impiccandosi nel salotto di casa, così come lo zio materno.

Milošević inizia a lavorare come funzionario nelle principali imprese statali della Serbia: prima alla compagnia del gas, poi alla Beogradska Banka.

[modifica] La rinascita del nazionalismo serbo

La svolta nella sua carriera di grigio funzionario statale avviene nel 1986: Milošević viene eletto presidente della Lega di comunisti serbi, grazie al sostegno del presidente della Serbia, Ivan Stambolić, suo amico personale e padrino politico. Gli anni ottanta si caratterizzano per la rinascita del nazionalismo serbo e per il disconoscimento del modello della Jugoslavia titoista e della figura di Tito stesso.

L'apice del nazionalismo è raggiunto il 24 settembre 1986, quando il quotidiano belgradese Večernje Novosti pubblica alcune parti di un documento noto come il Memorandum dell'Accademia Serba delle Scienze. In questo testo, redatto da intellettuali serbi guidati dal romanziere Dobrica Ćosić, si elabora un atto di accusa contro Tito, accusato di attività antiserba, e si descrive un progetto di completa eliminazione etnica dei Serbi dal Kosovo. Il testo è pericolosissimo per la stabilità della zona e tutta l'elite serba, a partire dal presidente Ivan Stambolić, ne prende le distanze. L'unico a mantenere il silenzio e a non commentare il memorandum è Milošević.

[modifica] La scalata al potere

Nella Jugoslavia della seconda metà degli anni ottanta la situazione più difficile si registra nella provincia autonoma serba del Kosovo, con tensione e piccoli scontri tra serbi e albanesi, mentre in Croazia e in Bosnia-Erzegovina la convivenza fra le diverse etnie è serena.

Nel 1987 il presidente Stambolić (inconsapevole di aver firmato con questo gesto la sua fine politica e una degenerazione complessiva dei rapporti fra le etnie) manda Milošević in Kosovo, affinché egli ristabilizzi una situazione di convivenza tra albanesi e serbi e plachi i contrasti tra la polizia serba e i manifestanti nazionalisti albanesi. In una situazione di forte tensione, creata artificialmente dai gruppi più estremisti serbi, Milošević pronuncerà un discorso che susciterà scalpore e sostegno popolare, sostenendo che "mai più nessuno potrà toccare un serbo".

[modifica] La Presidenza della Serbia

Abilissimo nel guidare (se non nel creare e fomentare lui stesso) i sentimenti più profondi dell'opinione pubblica serba, Milošević spazza via l'intera classe politica serba, accusata di immobilismo e inettitudine. Stambolic nel dicembre del 1987 è costretto alle dimissioni e Milošević diventa presidente serbo, ottendendo un potere enorme e privo di controlli. Nel 1988 si acutizza la tensione sia all'interno dei confini della Serbia (in Kosovo), che fra la Serbia e le altre repubbliche, in particolare la Slovenia. Mentre Milošević era sostenitore di un modello centralista (sia a livello di istituzioni che di politica economica), alla cui guida doveva esserci la Serbia in quanto maggior repubblica della Federazione, Lubiana (con il presidente Milan Kučan) sosteneva il diritto all' autodeterminazione delle repubbliche e il rispetto di ogni minoranza e autonomia.

Milosevic capisce di godere di un enorme sostegno popolare: i Serbi vedono in lui la guida di una nazione orgogliosa, un capo carismatico. Gode inoltre del sostegno della Chiesa ortodossa serba. Il popolo serbo rielabora il mito della vittoria mutilata (la Seconda guerra mondiale, vinta dai partigiani jugoslavi contro fascisti e nazionalisti), che non consentì ai Serbi l'unità politica dalla nazione (rilevanti minoranze serbe erano presenti in Croazia e in Bosnia Erzegovina, mentre alla Serbia erano state imposte due province autonome, Kosovo e Vojvodina). Milosevic decide di cavalcare la campagna nazionalista. Nel marzo dell'1989 modificò unilateralmente la costituzione serba, riducendo fortemente l'autonomia del Kosovo (già concessa da Tito nel 1974). Il 28 giugno 1989, seicento anni dopo la battaglia di Kosovo Polje, (nella "piana degli uccelli" si svolse una epica, battaglia tra Serbi ortodossi e Ottomani mussulmani) tenne un discorso celebrativo davanti a centinaia di migliaia di Serbi confluiti sul posto, nel quale esaltò la nazione serba e l'unità multietnica jugoslava, senza mai attaccare l'entità etnica albanese (| testo originale del discorso, in inglese).
In seguito (19 novembre 1989) radunò 1 milione di manifestanti a Belgrado.

[modifica] Fine della Jugoslavia

Nel gennaio del 1990 si tiene il quattordicesimo e ultimo congresso (convocato in via straordinaria) della Lega dei comunisti jugoslavi. La frattura tra Serbi e Sloveni è insanabile, soprattutto a causa dell'intransigenza di Milošević. Milan Kučan, che guida gli Sloveni, decide di ritirare la delegazione della sua nazione dal congresso, e lo stesso farà subito dopo il croato Ivica Račan. É la fine politica della Jugoslavia federale e multietnica. Nel giugno del 1990 Milošević ribattezza la lega dei comunisti serbi Partito Socialista Serbo, di cui viene eletto presidente.
Nel gennaio 1991 viene scoperta l'emissione clandestina e illegale di moneta federale da parte del governo serbo, mentre in marzo Milošević manda l'esercito a fermare le manifestazioni dell'opposizione a Belgrado. Dopo aver indetto referendum popolari il 25 giugno 1991, Slovenia e Croazia proclamano l'indipendenza.

[modifica] Le guerre in Croazia e Bosnia Erzegovina

L’esercito federale interviene in Slovenia. Milošević non ha alcun interesse nel paese, etnicamente compatto e sostenuto da Austria e Germania. La prima guerra europea della fine del secondo conflitto mondiale si conclude dopo dieci giorni, l’8 luglio (Accordi di Brioni). L’attenzione di Milošević si sposta tutta sulla Croazia, in particolare sulle regioni abitate da Serbi (le pianure della Slavonia e la regione montuosa della Krajina). Milošević non accetta che popolazioni serbe vivano al di fuori della nuova "piccola" Jugoslavia (cioè la Serbia e il Montenegro). Il suo progetto è quello di annettersi i territori serbi della Croazia e una buona metà della Bosnia-Erzegovina (nel 1991 ancora estranea alla guerra), creando così la "Grande Serbia". Nella seconda metà del 1991 Milošević, l’esercito federale jugoslavo e truppe paramilitari iniziano una violenta guerra contro la Croazia. Assediano e distruggono completamente la città multietnica di Vukovar (città in cui la convivenza fra serbi e croati era storica e pacifica, caduta l’8 novembre 1991). L’esercito jugoslavo penetra in profondità in territorio croato, arrivando a minacciare Zagabria. Dopo il referendum in Bosnia Erzegovina sull’indipendenza (1 marzo 1992), boicottato dai serbo-bosniaci, scoppia la guerra di Bosnia. Milošević sostiene militarmente e politicamente Radovan Karadžić, leader dei serbo-bosniaci che si macchierà di crimini di guerra. La guerra, fra continue tregue e riprese militari, si concluderà il 21 novembre 1995, con gli accordi di Dayton. A Dayton i due nemici Milošević e Tuđman, presidente della Croazia (che più volte si erano incontrati –secondo alcuni era presente un "telefono rosso" diretto fra i due politici-), responsabili politici di operazioni di pulizia etnica e di enormi massacri, saranno descritti come "gli uomini della pace", e lasciati al loro posto.

[modifica] La guerra del Kosovo e il tramonto di Milošević

Manifesti elettorali pro Milošević danneggiati
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Manifesti elettorali pro Milošević danneggiati

Milošević è eletto presidente della Repubblica Federale Jugoslava (cioè Serbia e Montenegro) nel novembre del 1996. Annulla i risultati delle elezioni municipali dello stesso anno, vinti dalla coalizione d’opposizione Zajedno (Insieme). Questo provoca enormi manifestazioni popolari a Belgrado e l’intervento dell’OCSE. Milošević riconoscerà i risultati 11 settimane più tardi. Nelle successive elezioni presidenziali serbe non viene rispettato alcuno standard di legalità e correttezza: le consultazioni vengono vinte da Milan Milutinović, stretto collaboratore di Milosevic.

In Kosovo si intensificano gli scontri tra UCK, l’esercito di liberazione albanese, e la polizia federale. Nella provincia erano presenti inoltre truppe paramilitari serbe, che non godevano ufficialmente dell'appoggio di Belgrado e che agivano secondo Milošević e alcuni osservatori del tutto autonomamente. La strage di Rackak, con la morte di 40-45 kosovari di etnia albanese, apparentemente giustiziati, acuisce la crisi, anche se tutt'oggi permangono forti dubbi sulle responsabilità e le autorità serbe hanno negato di aver effettuato esecuzioni di massa. A Rambouillet falliscono i tentativi di mediazione tra governo federale e gruppo di contatto (USA, Russia, Francia, Germania, Regno Unito e Italia) sullo status della provincia. Tra marzo e giugno del 1999 la NATO bombarda la Jugoslavia (Operazione Allied Force), colpendo anche molti obiettivi civili, fino al completo ritiro dell’esercito dal Kosovo.
Isolato a livello internazionale e interno (il Montenegro non riconosceva più le istituzioni federali), Milošević si ricandida alle elezioni del 24 settembre 2000, grazie ad una riforma costituzionale. Viene sconfitto da Vojislav Koštunica, un nazionalista moderato, a capo di tutta l’opposizione, e il 6 ottobre è costretto, dopo una grande manifestazione con l'occupazione del parlamento, a riconoscere la sconfitta.

Il primo ministro serbo Zoran Djindjic lo consegna al Tribunale Penale Internazionale per i Crimini nella Ex-Jugoslavia (l'Aia) il 28 giugno 2001, nonostante la contrarietà di Koštunica e di parte dell’opinione pubblica serba. Milošević non riconosce la validità legale del tribunale, facendo appello alle leggi del diritto internazionale.

[modifica] Morte

Milošević è stato trovato morto - in circostanze non ancora del tutto chiarite - nella sua cella del carcere de L'Aia la mattina dell'11 marzo 2006. La morte dell'ex presidente serbo segue di pochi giorni quella - avvenuta nello stesso carcere - di Milan Babić, ex-leader dei serbi di Krajina (Croazia), apparentemente suicidatosi il 5 marzo 2006 impiccandosi nella cella dove scontava una condanna patteggiata a 13 anni, e quella del serbo-croato Slavko Dokmanović, uccisosi in carcere all'Aia nel giugno 1998.
Il decesso di Milošević - secondo le prime risultanze - sembra dovuto ad un attacco cardiaco.

Il Tribunale penale internazionale per i crimini nella ex-Jugoslavia ha annunciato di aver disposto un'indagine sulle cause e le circostanze del decesso. Dai primi risultati degli esami autoptici sembra accertato che l'ex leader serbo, sebbene in carcere e sorvegliato, abbia assunto farmaci per la tubercolosi e la lebbra dannosi per la cardiopatia di cui soffriva e per la quale aveva richiesto da mesi il ricovero presso una clinica specializzata a Mosca, senza ottenere l'autorizzazione a recarvisi. Non è chiarito come potesse assumere tale farmaco senza che nessuno nel carcere notasse il fatto.

Entro pochi giorni il Tribunale avrebbe dovuto decidere sulla richiesta, avanzata da Milošević, di un confronto in aula con l'ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e con Wesley Clark, il generale statunitense che aveva guidato l'intervento NATO contro la Jugoslavia nel 1999. La morte di Milošević - che dopo anni di processo aveva ormai esaurito i quattro quinti del tempo a disposizione per la sua difesa - precede di qualche mese la data presumibile della conclusione del processo a suo carico e mette in grave imbarazzo il Tribunale, che il 14 marzo 2006 ha ufficialmente estinto l'azione penale e chiuso senza una sentenza il più importante processo per il quale era stato istituito.

Il procuratore generale della Corte dell'Aia Carla Del Ponte in un'intervista al quotidiano la Repubblica ha sostenuto che la morte di Milošević rappresenta per la sua attività "una sconfitta totale".

Mikhail Gorbačëv ha accusato il TPI di aver compiuto un "grave errore" non consentendo il ricovero in una clinica russa, giudicando "piuttosto inumano" il comportamento dei giudici. Borislav Milošević, fratello dell'ex leader serbo, ha incolpato della sua morte il TPI: "L'intera responsabilità di quanto è accaduto è del Tribunale penale internazionale". Ivica Dačić, membro dell'SPS, ha detto che "Milošević non è morto al Tribunale dell'Aia, ma è stato ucciso presso il Tribunale".

In Serbia è stato proposto di sospendere il mandato di cattura internazionale alla moglie di Milošević per permettere la sua partecipazione al funerale: secondo la legge avrebbe dovuto essere arrestata non appena si fosse trovata in territorio serbo. Tuttavia nessun membro della famiglia (la moglie Mira e il figlio Marko, rifugiati in Russia e la figlia Marija residente nel Montenegro) ha partecipato alle esequie. Il presidente della Repubblica Boris Tadić ha rifiutato di organizzare un funerale di Stato. Più sfumata la posizione del premier Koštunica, in quanto il governo da lui guidato si basa sull'appoggio esterno dei parlamentari del Partito Socialista Serbo, di cui Milošević era ancora formalmente presidente.

Le esequie si sono svolte prima a Belgrado, nella piazza antistante al parlamento federale della Serbia-Montenegro, con una consistente partecipazione popolare (tra le 50.000 e le 80.000 persone, soprattutto anziani e esponenti dell'SPS e del Partito Radicale Serbo). Successivamente il corpo di Milosević è stato inumato presso il giardino di famiglia della casa natale di Požarevac.

[modifica] Bibliografia

  • M. Nava, Milosevic, L'ultimo tiranno, Rizzoli, Milano 2000 ISBN 8817862673
  • P. Rumiz, Maschere per un massacro, Editori Riuniti, Roma 1996 ISBN 8835948681
  • P. Handke, Un viaggio d'inverno ai fiumi Danubio, Sava, Morava e Drina, ovvero: Giustizia per la Serbia, Einaudi, Torino 1996 ISBN 8806141759
  • P. Handke, Un disinvolto mondo di criminali. Annotazioni a posteriori su due attraversamenti della Iugoslavia in guerra - marzo e aprile 1999, Einaudi, Torino 2002 ISBN 8806161458
  • L. Silber, A. Little Yugoslavia: Death of a Nation, Penguin Books, Londra 1997 ISBN 1575000059

[modifica] Voci correlate

[modifica] Collegamenti esterni



Predecessore:
Petar Gračanin
Presidente della Serbia
1989 - 1997
Successore:
Milan Milutinović
Predecessore:
Zoran Lilić
Presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia
1997 - 2000
Successore:
Vojislav Koštunica


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