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San Giorgio in Lemine - Wikipedia

San Giorgio in Lemine

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La facciata
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La facciata
Madonna in trono e S. G. Battista (vai alle schede)
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Madonna in trono e S. G. Battista (vai alle schede)

La chiesa di San Giorgio in Lemine si trova nel territorio del comune di Almenno San Salvatore in provincia di Bergamo.

Si tratta di un edificio ecclesiale romanico a struttura basilicale a tre navate risalente al XI-XII secolo che assieme a San Tomè si inserisce nel ciclo romanico tipico dell’arte bergamasca medievale.

Indice

[modifica] Il contesto geopolitico

Il territorio su cui è stata costruita la chiesa di San Giorgio, d’ora in avanti più semplicemente San Giorgio, faceva parte di un più vasto comprensorio geopolitico, Lemine, già abitato in epoca protostorica e assurto a particolare importanza con l’espansione romana.

L’area di Lemine si allargava tra la sponda occidentale del fiume Brembo e quella orientale dell’Adda, comprendendo a nord la Valle Imagna e incuneandosi a sud verso l’attuale Brembate.

Ara al dio Silvano
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Ara al dio Silvano

La presenza romana che si sovrappose ai Galli Cenomani, gli abitanti indigeni, è testimoniata, da numerosi reperti archeologici, quali un'ara votiva alla divinità Silvano e i resti di un imponente ponte a otto arcate sul Brembo, entrambi nei pressi di San Giorgio. Questo ponte che consentiva il collegamento del Friuli alla Rezia attraverso Bergamo costituiva per i Romani uno snodo di vitale importanza strategica per il controllo delle vie di accesso e di transito verso l’Europa centro-meridionale.
La presenza romana si impose dapprima con gli accampamenti militari, i castra di cui sono rimasti diversi toponimi, poi con un’opera di colonizzazione intensa, agevolata fra l’altro dall’alleata popolazione cenomane, tradizionalmente fedele a Roma.

[modifica] Lemine

Per approfondire, vedi la voce Lemine.

Il territorio si prestava allo sviluppo demografico sia per la presenza di diversi corsi d’acqua quali il Begonia, il Lesina, il Tornago, il Terzago, il Pussano, il Mutium, il Rium oltre naturalmente al Brembo, sia per la fertile area pianeggiante che si estendeva verso sud al centro della quale era l’ager, poi corrotto in Agro, su cui si sviluppò la centuriazione, centro amministrativo dell’intero territorio: il vicus centro del ben più ampio Pagus Lemennis. Lemine fu nel medioevo la denominazione di questo territorio e tale si mantenne fino all’epoca moderna anche nelle sue forme corrotte di Almennno o Almè.

La conformazione orografica, la vicinanza del ponte erroneamente attribuito alla Regina Teodolinda da cui prese il nome, l’adiacenza di una pianura fertile consentirono la presenza e lo sviluppo di un centro popolato anche dopo la caduta dell’Impero Romano, e l’avvento delle invasioni barbariche, gote, longobarde e poi della conquista franca.

[modifica] Tra Longobardi, Franchi e Serenissima

Con il Longobardi l’ager, che impropriamente potrebbe essere considerato il capoluogo del Pagus Lemennis, fu sede di una corte regia mentre sotto i Franchi divenne un punto fortificato con il castello fattovi costruire, nel X secolo, dal conte Radaldo.
Durante il periodo franco il territorio di Lemine, attualmente parte della provincia di Bergamo, era un possesso dei conti franchi di Lecco e lo rimase fino al 975 quando alla morte dell’ultimo conte di Lecco, Attone, passò per disposizione testamentaria al Vescovo di Bergamo.

Crocette longobarde
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Crocette longobarde

Lemine rimase feudo del Vescovo di Bergamo fino alla nascita del comune di Almenno, 1220, di cui seguì le vicende storiche assieme a quelle dell’episcopato.

San Giorgio subì, assieme al suo territorio, il disastro delle lotte tra guelfi e ghibellini che vide questi ultimi perdenti ed entrò nell’oblio dopo il 1443 quando la Repubblica di Venezia epurò ed esiliò i ghibellini.

La nascita di nuove parrocchie, lo sviluppo di nuovi agglomerati rionali, la suddivisione di Lemine, ormai Almenno, nei due comuni di Almenno San Salvatore e Almenno San Bartolomeo emarginarono San Giorgio fino all’età contemporanea.

[modifica] La fondazione

Non c’è una documentazione certa sulla fondazione né sulla datazione della chiesa di San Giorgio, gli studiosi si sono esercitati in una serie di ricerche storico-archeologiche per individuarne la data, il patrocinatore e i motivi che vi presiedettero, senza giungere a una conclusione univoca.
L’unica data certa è il 1171 in cui risulta, da documenti storici, che la chiesa esisteva mentre si può ragionevolmente escludere una iniziativa popolare nella sua costruzione poiché il comprensorio era sottoposto secondo un rapporto feudale all’episcopato di Bergamo, istituzione potente sia sotto l’aspetto politico-militare che economico.
Solo il vescovo era in grado di sostenere la costruzione di un edificio ecclesiale in un territorio a lui sottoposto, mentre è plausibile che la sua iniziativa sia stata motivata dalle nuove esigenze devozionali e liturgiche di una popolazione accresciuta. Fu, infatti

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«[...] un forte gesto politico-religioso, di potere e grazia.»
(Abramo Bugini, L’architettura (di S. Giorgio), 1995, S. Giorgio in Lemine)

L’edificio ecclesiale fu costruito in due momenti con materiali e tecniche diverse, migliori e più curati prima, più dozzinali quasi occasionali dopo. Ciò può essere ascritto alle difficoltà politiche del periodo che videro il vescovo Gerardo, suo presunto ispiratore, scomunicato nel 1167 per avere appoggiato l’impero e la concomitanza del contrasto tra la Lega Lombarda e Federico Barbarossa. A tutto ciò potrebbero essersi aggiunte difficoltà economiche e di reperimento dei primitivi materiali di costruzione.

[modifica] XIV e XV secolo

San Giorgio visse il suo periodo migliore dalla seconda metà del XIV secolo alla prima metà del XV. Seppure non avesse il rango di parrocchia o di canonica ma di chiesa sussidiaria della Pieve di Lemine ne assunse, a partire dal ‘300, gradualmente le funzioni fino a sostituirsi ad essa.

La Madonna e il Bambino (vai alle schede)
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La Madonna e il Bambino (vai alle schede)

A favore di San Giorgio giocarono fattori demografici e politici: da una parte l’aumento della popolazione, dall’altra le lotte tra i guelfi di Lemine superiore e i ghibellini di Lemine inferiore, le due entità in cui di fatto si era suddiviso il territorio. Queste lotte, il più delle volte sanguinarie, avevano indebolito la posizione della Pieve, di difficile accesso perché arroccata nel castello, spingendo a privilegiare San Giorgio alla cui costruzione e abbellimento aveva contribuito il popolo.

Lentamente San Giorgio si staccò dalla Pieve fino a raggiungere una certa autonomia non solo liturgica ma anche economica per i numerosi lasciti e donazioni diretti non solo alla sua gestione ma anche al suo abbellimento. Buona parte dei donativi furono destinati dagli offerenti al finanziamento degli affreschi che avrebbero ricoperto integralmente le pareti interne della chiesa.

[modifica] I Disciplinati

Nella prima metà del ‘400 San Giorgio era divenuto il centro non solo dell’attività religiosa ma anche un punto di incontro della comunità per la trattazione di affari di ordine civile.

Alla chiesa si appoggiò anche una confraternita di civili devoti, chiamati Disciplinati o Disciplini, che oltre alle preghiere si dedicavano al proselitismo e alla propria flagellazione per purgare i peccati e impetrare il perdono divino, ricercando le stesse sofferenze della Passione di Cristo.
Su di essi ebbe una grande influenza la predicazione del domenicano Venturino da Bergamo che a partire dal 1335 percorse l’Italia settentrionale e centrale invocando la pace e prescrivendo la penitenza.

Deposizione dalla Croce(vai alle schede)
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Deposizione dalla Croce
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I Disciplinati svolgevano anche attività di carattere sociale come l’assistenza ai bisognosi e l’intervento diretto per sedare le lotte endemiche del periodo che sconvolgevano la comunità sia per le uccisioni che per la devastazioni dei beni che ne seguivano.

Il punto di riferimento di questi penitenti divenne il portico di San Giorgio, oggi non più esistente, essendo loro interdetto dalle norme canoniche l'uso dell’interno della chiesa.

Alcuni autori ritengono che i cosiddetti Disciplinati di San Giorgio si svilupparono tra il XIV e il XV secolo, in momenti di grande e drammatica tribolazione politica aggravati dalle ricorrenti pestilenze, che favorirono la nascita e la diffusione un po’ dappertutto di questo genere di movimenti penitenziali.
In questa seconda ipotesi avrebbero influito più che le parole di Venturino da Bergamo quelle irruenti di Bernardino da Siena.

[modifica] La decadenza

L’inizio della decadenza di San Giorgio coincise con l’aumentare della virulenza delle lotte intestine tra i Guelfi e i Ghibellini, i primi fautori di Venezia, che li sosteneva, i secondi alleati dei Visconti in quell’annosa lotta che avrebbe visto ancora a lungo Venezia e Milano contrapposti.
Nei primi decenni del ‘400 Lemine fu spettatrice di ruberie, devastazioni delle proprietà, uccisioni e attentati intestini che i contrasti tra Venezia e Milano viscontea esaltavano fornendo di volta in volta la copertura politica.

Nel 1438 i guelfi

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«[...] de Rota expulsi fuerunt per gentes domini ducis mediolani»
(ex Paolo Manzoni, Lemine, Bergamo 1988)

con le consuete confische dei loro beni.

S. Cristoforo(vai alle schede)
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S. Cristoforo
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Prevalsero alla fine i guelfi di Lemine superiore, o per meglio dire Venezia, e scoppiarono ritorsioni nei confronti dei ghibellini di Lemine inferiore che culminarono nella distruzione dell’abitato di questa, ordinata il 13 agosto 1443 da Andrea Gritti podestà di Bergamo, e nella dispersione della sua comunità.

Dopo questa data vennero a mancare a San Giorgio il suo substrato umano e i suoi sostenitori mentre di contro si sviluppava la parte settentrionale del paese.
La sconfitta dei ghibellini causò lo spostamento del baricentro della comunità verso Lemine superiore, il che comportò la costruzione di nuove chiese distogliendo l’attenzione da San Giorgio, abbandonata all’incuria e all’oblio.
La chiesa di San Giorgio rimase isolata in un’area spopolata e Venezia vendendo ai propri sostenitori le proprietà confiscate ai perdenti la condannava alla decadenza, come è testimoniato dalle relazioni delle diverse visite pastorali che vi si succedettero fino al XVII secolo.

[modifica] La peste

Fu con la peste manzoniana del 1630 che San Giorgio, in un certo senso, rinacque. Questa peste colpì duramente il territorio di Lemine, ora Almenno, causando un impressionante numero di morti, quasi un terzo della popolazione, ai quali bisognava dare sepoltura e per questa funzione San Giorgio con il suo piccolo cimitero risultò particolarmente idonea: isolata nei campi ma facilmente raggiungibile rappresentò la soluzione ideale. Da allora si caratterizzò come la Chiesa dei Morti mantenendo questa funzione anche dopo la fine della peste e si creò, in maniera inconsapevole, l’usanza di seppellire i propri morti nel cimitero di San Giorgio, quasi una moda che crebbe al punto da farvi istituire, nel 1761, una cappellania per i suffragi funebri.

Da ciò derivò una più ampia devozione e una maggiore attenzione per la manutenzione dell’edificio ecclesiale che fortunatamente non portò all’imbiancatura della pareti interne salvando così gli affreschi superstiti.

[modifica] Nuovi tempi

San Giorgio attraversò l’800 tra alterne vicende, momenti di cura e di abbandono si susseguirono in funzione della maggiore o minore attenzione dei prevosti incaricati, riducendosi tuttavia a quasi rudere agli inizi del XX secolo. Solo a partire degli anni 50 del secolo scorso si riaccese l’interesse storico-artistico verso San Giorgio di cui si iniziavano a riscoprire e rivalutare gli affreschi come uno dei più importanti esempi di quest’arte nell’area lombarda.

Uno dei più appassionati ed esperti cultori degli affreschi di San Giorgio fu don Angelo Rota

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«[...] soprannominato Gratamür per la sua perizia nella scoperta e nello strappo degli affreschi antichi»
(Manzoni P., S. Giorgio… op. cit.)
Madonna in trono(vai alle schede)
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Madonna in trono
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Il Rota si prodigò per la sua rinascita, avendone compreso il valore artistico e storico, e riuscì a coinvolgere negli anni 60-70 la Commissione Diocesana di Arte Sacra, la Soprintendenza alle Belle Arti e alcuni sostenitori privati nel restauro della chiesa e nel recupero dei suoi affreschi. Di questi alcuni furono salvati con la tecnica dello strappo ma diversi furono sottratti indebitamente e non più ritrovati nonostante un processo per furto ne riconobbe il colpevole.

Dopo la morte di don Rota, 1982, fu effettuato nel 1989 un ulteriore ciclo di restauri a carattere prevalentemente architettonico che restituì San Giorgio nella stesura attuale al godimento degli amanti dell’arte in genere e di quella romanica di cui assieme a San Tomè è uno degli esempi più belli del territorio lombardo e in particolare di quello bergamasco.

[modifica] Gli affreschi

La rilevante importanza che San Giorgio assume nella storia dell’arte non solo lombarda è dovuta, oltre che alla sua architettura romanica, agli affreschi che ornano le sue pareti, superstiti di quello scenario pittorico che all’origine foderava quasi completamente l’interno della chiesa.
Si tratta di opere di grande bellezza e compiutezza artistica che si svolgono con un movimento filmico coprendo i diversi periodi storici in cui sono stati realizzati.

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«La vistosa discontinuità della committenza, curiale e dunque aristocratica prima, fino all’inizio del trecento, borghese e dunque popolare poi, quando si attenuarono i legami con il Vescovado di Bergamo e si infittirono le relazioni con la comunità locale.»
(Francesco Rossi, Gli affreschi (di S. Giorgio), Bergamo, 1995)

appare evidente nel succedersi dei differenti stili pittorici.

Alcuni di questi affreschi, quali la Maestà nell’abside e i simboli dei quattro evangelisti, i più antichi, sono particolarmente deperiti e appena leggibili ma i loro resti ne fanno intuire la bellezza originaria.

Il simbolismo che presiede alla Maestà richiama

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«la connessione concettuale che esiste tra l’immagine del potere divino, il Pantokrator, e il depositario del potere reale, il signore feudale investito dall’Imperatore, erede a sua volta del potere romano bizantino nel cui ambito la figurazione si è affermata. La presenza del Pantokrator […] equivaleva al segnale visivo di un potere diverso e più alto, il potere del Vescovo feudatario dell’Imperatore Federico.»
(Francesco Rossi, ibidem)

Gli affreschi testimoniano le diverse sensibilità e capacità artistiche dei momenti i cui sono stati realizzati e nell’insieme costituiscono uno scenario policromo di grande impatto visivo.

I più antichi, XII-XIII secolo, sono espressione di un linguaggio romanico con riflessi bizantineggianti, opere di artisti di area bergamasca, come alcuni santi affrescati su dei pilastri, strappati per tutelarne la conservazione mentre gli affreschi della parete di destra, del secolo successivo, hanno una maggiore compiutezza e suggeriscono quasi un’anticipazione di canoni rinascimentali evidenti nello scenografico trittico di San Giorgio e la Principessa, la Madonna e il Bambino e Sant’Alessandro attribuito al Maestro del 1388.

S. Giorgio e la Principessa(vai alle schede)
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S. Giorgio e la Principessa
(vai alle schede)

È un trittico asimmetrico, posto sull’angolo tra la parete sud e la parete destra, che raffigura San Giorgio nell’atto di uccidere il drago davanti alla Principessa, la Madonna che tiene per mano il Bambino, racchiusa fra sottili colonnini tortili, e alla sua sinistra Sant’Alessandro addobbato da cavaliere.

Particolarmente belle nelle loro composizioni le figure di San Giorgio armato in bianco su cavallo bianco e della Principessa, in drappeggio elegante e composto, richiamano un’atmosfera cortese più da castello visconteo che da luogo di culto.
Grazioso il linguaggio degli occhi tra la Madonna e il Bambino, mentre appare sontuoso Sant’Alessandro anch’esso su cavallo bianco.

In questo affresco è stato intuito quasi un simbolico messaggio politico connesso alla

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«[…] pacificazione generale che seguì l’ingresso trionfale in Bergamo del nuovo Duca di Milano Gian Galeazzo Visconti (23 giugno 1385), che fu convalidata se non promossa dal Vescovo di Bergamo e che pose temporaneamente fine alla rivalità assai accesa tra Almenno e la Val Imagna, tradizionalmente guelfa, e le fazioni ghibelline del capoluogo, vincenti per il sostegno dei Visconti.»
(Francesco Rossi, ibidem)

Interessanti i due riquadri del Battesimo di Cristo e della Natività attribuiti anch’essi al Maestro del 1388.

Di grande drammaticità la quattrocentesca deposizione nel sepolcro di incerta attribuzione in cui l’affollamento dei personaggi contribuisce ad esaltare il pathos espresso dai volti. Si possono riconoscere Giovanni di Arimatea, ai piedi, la Maddalena che bacia le ginocchia di Cristo la Madonna che ne bacia il volto e San Giovanni Evangelista che ne sorregge il capo. Notevole l’espressione della pia donna che grida con le braccia alzate.

Il complesso degli affreschi di San Giorgio costituisce il più importante e raro esempio di pittura medievale bergamasca.

[modifica] L’architettura

La chiesa di San Giorgio isolata nei campi

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«appare come una cattedrale senza la città, da qui il mistero e la sua poesia. […] Nel suo interno gli affreschi sono il segno di consonanze culturali e artistiche di centri lontani, romane e lombarde»
(A. Bugini, op, cit.)
Parete est
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Parete est

La sua struttura basilicale a tre navate e l’abside centrale sono alleggeriti da tre eleganti finestrelle a doppio sguancio che danno luce e contribuiscono con un chiarore tenue al gioco di ombre che rende più misteriosa la lettura di quel che resta della Maiestas Domini.

Dalle finestre sulle pareti laterali piove una luce diafana appena sufficiente ad ammirare lo sviluppo degli affreschi che coprono le pareti.

La facciata esterna presenta una doppia coloritura dovuta ai diversi materiali usati nelle due fasi di costruzione dell’edificio: la parte inferiore in materiale lapideo più pregiato e più scuro, ben squadrato e ben definito e la parte superiore in materiale meno nobile, calcareo e di colore chiaro quasi bianco. L’abbinamento dei due colori, sicuramente non voluto ma necessitato, disposto in maniera occasionale, forse un unicum nell’architettura sacra, testimonia i due momenti costruttivi senza nulla togliere alla bellezza dell’edificio.

In asse sulla porta d’accesso è stata aperta, in tempi successivi, una finestra incorniciata in alto da un corso di mattoni rossi che crea una tricromia che movimenta la facciata. A quest’ultima era stato aggiunto nel XVIII secolo un piccolo portico a copertura dell’entrata che provvidenzialmente è stato eliminato all’inizio del ‘900.

Abside, dettaglio
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Abside, dettaglio

La parte posteriore esterna dell’abside è di grande eleganza e leggerezza per le sottili colonnine che delimitano delle nicchie e incorniciano le finestrelle.

Le pareti laterali esterne evidenziano le due fasi costruttive con un corso inferiore dello stesso materiale della parte inferiore della facciata e uno superiore in materiale povero, prevalentemente borlanti di fiume, legati con malta, e blocchi calcarei uniti casualmente.

Nel 1700 fu sistemato a sera il piccolo cimitero che specializzò San Giorgio nella Chiesa dei Morti, come fu a lungo chiamata: un piccolo spazio aperto con delle lapidi e delle cappellette che ne addolciscono l'aspetto.

L’esito complessivo è di grande fascino e richiama i momenti storici che la chiesa visse con le difficoltà e le passioni dell’epoca.

[modifica] Bibliografia

  • Luigi Angelini. Una plaga lombarda ricca d’arte e di storia. Almenno in Val Brembana. Milano, La Martinella, 1964. SBN NA0170169.
  • Bortolo Belotti. Storia di Bergamo e dei Bergamaschi. Bergamo, Bolis, 1989. SBN LO10072984.
  • Abramo Bugini, Paolo Manzoni, Francesco Rossi. San Giorgio in Lemine. Per il recupero di una civiltà romanica. Bergamo, Parrocchia di Almenno S. Salvatore, 1995. SBN LO1038624.
  • Piero Capuani. L’antichissima chiesa di San Giorgio. Bergamo, Eco di Bergamo, 5 luglio 1964.
  • Giovanni Finazzi. I Guelfi e i Ghibellini in Bergamo. Bergamo, Carlo Colombo, 1870.
  • Ulisse Gotti. Il restauro di San Giorgio. Bergamo, Giornale di Bergamo, 19 gennaio 1971.
  • Paolo Manzoni. Lemine dalle origini al XVII secolo . Bergamo, Comuni Almenno S. Salvatore e S. Bartolomeo, 1988. SBN CFI0125121.
  • Giuseppe Rota, La basilica di San Giorgio di Almenno. Bergamo, Rivista di Bergamo, 1931.
  • Arveno Sala. Girardo Vescovo di Bergamo, 1146-1167 e la consorteria dei da Bonate. Bergamo, Bergomum, 1985, SBN LO10818425.
  • Pino Viscusi. Gli affreschi di San Giorgio in Almenno San Salvatore. Bergamo, Giornale di Bergamo, 20 dicembre 1970.
  • Andrea Zonca, Almenno Sa Salvatore, chiesa romanica di San Giorgio. Firenze, Archeologia Medievale, 1990, SBN LO10049625.
  • Arthur Kingsley Porter. Lombard architecture. New York, Harcker Art Books, 1967, SBN SBL0224345.

[modifica] Voci correlate

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